di Giulia La Face

 

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Immagine da web – http://www.lultimaribattuta.it

“Da tre anni ha detto arrivederci al mondo: “vive”, mangia (di nascosto da tutti alle 2 di notte) e dorme nella sua cameretta.Non ho futuro, non sono adatto, non voglio essere giudicato” . Francesco 16 anni, romano vive così da tre anni. Lui davanti un pc e il mondo chiuso fuori.” ( TGCOM24, settembre 2016)

Andrea, 16 anni: “La mia autoreclusione è iniziata quando avevo sedici anni. Non frequentavo il liceo (ho smesso dopo le medie), avevo perso le amicizie e non avevo nessun obiettivo. Cosciente di questo, mi sono arresa alla situazione e ho lasciato scorrere il tempo.” (TGCOM24, novembre 2016)

Piacenza. Evitano il mondo esterno, fino ad autoescludersi da scuola e dalla società. Si chiudono in un mini universo, spesso invertono la notte con il giorno: gli unici contatti sono per lo più quelli dei social network e dei videogiochi. Gli uffici scolastici avvertono “Manderemo i prof a casa”, ma i presidi replicano: «Inutile, li respingerebbero comunque». (www.Libertà.it -Portale di Piacenza)

Articoli disarmanti comparsi negli ultimi mesi su un fenomeno dai grandi numeri. Emblematico e allarmante. Gli hikikomori, i ragazzi che diventano fantasmi, autorecludendosi in casa, escludendosi dalla società

I numeri sono quelli di un fenomeno sociale: dai 30 ai 50mila giovani adolescenti, secondo l’Istituto Minotauro di Milano, in una indagine di fine 2016, scelgono di chiudersi in camera, abbandonano amici, vita sociale, scuola. Se ne parla da qualche anno. Cominciano i primi convegni tra operatori, terapeuti, famiglie. Dapprima con timidezza, in fondo si trattava di un fenomeno lontano. Pareva che tra i giovani giapponesi, sin dagli anni ’80, si stesse sviluppando una sindrome per la quale sempre di più una nutrita schiera di adolescenti e giovani adulti sceglieva deliberatamente di richiudersi nella propria camera, senza contatti sociali, senza andare a scuola e negli anni- con l’affermarsi di Internet – prediligendo come unico contatto con il mondo quello virtuale.

Sono stati chiamati hikikomori, il cui significato corrisponde a “isolarsi”, “stare in disparte”. Oggi si parla di circa un milione di hikikomori solo in Giappone.

Da qualche anno il fenomeno si è allargato a tutta la società occidentale: riguarda tutti i paesi sviluppati del mondo. Solo in Italia si parla appunto di decine di migliaia di adolescenti . Gli hikikomori italiani.

Il fenomeno ha delle caratteristiche e delle peculiarità, sebbene sia ancora oggetto di studi e osservazione e ancora non si riesca a darne una lettura definitiva.

Sono i nostri “eremiti sociali”. Decidono in modo consapevole e volontario di ritirarsi dal mondo. Restano nella loro camera per mesi, a volte anni. Già da preadolescenti decidono di chiudersi in casa, spesso davanti al computer, negandosi a ogni relazione. Si rifiutano di uscire di casa, molto spesso dalla loro stessa camera. Abbandonano la scuola. Non frequentano coetanei. Utilizzano massicciamente il web, come unica “finestra” sul mondo.

Il rifiuto di andare a scuola si configura come una vera e propria “fobia“ scolastica. Confrontarsi con i coetanei, con le aspettative, con l’immagine di sé è arduo e difficile . Le richieste del mondo adulto, le aspettative della società contemporanea , sembrano rappresentare un ostacolo insormontabile verso cui migliaia di giovani alzano questo grido di protesta. Verso una società feroce e convulsa. Dove sbagliare è peccato, dove esser diversi comporta isolamento e fenomeni di derisione fino al bullismo, dove il successo è una richiesta sociale e parimenti un obiettivo difficile da cogliere per le condizioni stesse della organizzazione sociale e del lavoro.

Lo psicoterapeuta Leopoldo Grosso, vicepresidente del Gruppo Abele, offre questo punto di vista:

«Chi sceglie protezione tra le mura domestiche non si sente accettato dai pari, può essere vittima di bullismo o preso di mira dai suoi coetanei . In molti di loro c’è anche delusione e disillusione rispetto alle aspettative di realizzazione perché, terminati gli studi, non ci sono prospettive di lavoro, una proiezione futura confortevole e si vedono come un fallimento sociale. Oggigiorno nel mondo lavorativo si sono alzate le asticelle della competizione, ci sono più pressioni esterne anche da parte dei genitori che investono sui figli, con punte di narcisismo, obbligandoli a diventare ciò che loro non sono stati in grado di realizzare».

Le pressioni di realizzazione sociale sono molto forti specie in età adolescenziale e nella prima gioventù, quando vi sono molte aspettative sul futuro. Si chiede ai propri figli di ottenere i massimi risultati in tutto, proiettando spesso aspettative eccessive accompagnate da forte tensione. Ugualmente le richieste di performance sociali sono altissime ( essere sempre belli, attraenti, capaci, alla moda , ecc). Un narcisismo spinto che richiede un grande sforzo psichico per essere all’altezza. Diventa sempre più difficile colmare la distanza fra la realtà e ciò che gli attori sociali ( scuola, famiglia, insegnanti, coetanei) si aspettano.

Così si manifestano sempre più spesso vissuti di impotenza, accompagnati dalla paura del fallimento, dal senso di non potercela fare e di sentirsi sopraffatti. Si sviluppano  sentimenti di rifiuto verso le fonti di aspettative così alte e l’adolescente se ne allontana, scegliendo il ritiro, l’isolamento, la solitudine e sviluppando nel contempo un sentimento di odio e di aggressività ( molte famiglie sperimentano fra le mura domestiche manifestazioni di aggressività e rabbia che sono la faccia dell’altra medaglia rappresentata dalla chiusura e da una apparente depressione).

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                                            Immagine da Web – http://www.gesshoku.com

Rifugiarsi in casa ha una valenza ambigua: se è vero che le mura familiari, domestiche, rappresentano un nido protettivo, è vero che l’auto-reclusione si manifesta anche come chiusura verso i genitori (accentuando una tipicità dell’adolescenza). Che spesso non sanno come comportarsi e sempre più si rivolgono a specialisti e chiedono aiuto. Rappresentano in questo caso una parte del problema : pensiamo alle richieste e alle aspettative proiettate su queste giovani generazioni anche da parte dei familiari. Ma sono anche il luogo da cui ripartire. Afferma Leopoldo Grosso che è importante rimettersi in discussione, ridiscutere ruoli e valori, cercare un varco, anche attraverso la porta chiusa, affinchè possa essere il mondo a ricontattare questi giovani isolati in se stessi. Molti interventi che nel tempo paiono smuovere questi ragazzi, sono rappresentati da interventi genitoriali nuovi, da interventi di educatori che cercano un contatto inizialmente dentro le mura domestiche, per ricreare un ponte su cui far passare il giovane, riportandolo all’esterno.

I genitori si allarmano perchè il figlio o la figlia non vuole più uscire, frequentare scuola e coetanei e spesso, nella  reclusione auto-imposta, fa un uso massiccio della navigazione in internet. Questo aspetto ha creato una “falsa” lettura del problema, scambiando una conseguenza per una causa. Su molti network informativi si parla infatti di una dipendenza da internet come causa scatenante del ritiro sociale. Ma il fenomeno, quando nacque in Giappone, non vedeva la presenza di pc e smartphone perchè negli anni ’80 questi non erano ancora diffusi. Al contrario, l’utilizzo di internet e dei social rimane l’unica apertura sul mondo, un modo per passare il tempo nella totale, devastante auto-reclusione . Al limite ne diventa concausa , nel momento in cui il giovane non ritiene il mondo fuori più desiderabile, avendo quanto basta per non sentirsi solo, senza arrischiarsi in relazioni reali da cui è inizialmente rifuggito.

Il sito “Hikikomori Italia”, nato per parlare del fenomeno e aiutare genitori e ragazzi stessi a comprendere questo fenomeno, dà una descrizione di cosa sia e di cosa invece non è invece l’hikikomori, secondo i dati e le esperienze condivise:

L’hikikomori non è una fobia sociale e non è depressione

Così come l’isolamento dell’hikikomori non è causato dalla depressione, esso non nemmeno riconducibile semplicemente a un disturbo d’ansia, come, ad esempio, la fobia sociale o l’agorafobia (ovvero la paura degli spazi aperti, dei luoghi pubblici).
È innegabile che dopo un lungo periodo di isolamento una persona possa sviluppare una dipendenza dal computer, possa sperimentare un calo dell’umore o avere paura di uscire di casa, ma questo può portarci ad affermare che dipendenza da internet, depressione e fobie sociali siano la causa dell’hikikomori?  La risposta è “no”.”

Ugualmente indica le difficoltà che si incontrano nel tentativo di aiutarli da parte dei familiari:

“Io sto bene, perché volete costringermi a fare una vita diversa?”
Questa è una delle principali obiezioni che potrebbe avanzare un hikikomori. E non è necessariamente una bugia. In quel momento potrebbe davvero sentirsi bene e desiderare fortemente proseguire il proprio stile di vita, ma questo significa che un genitore dovrebbe rinunciare ad aiutarlo? No.
Il punto principale è che gli hikikomori spesso sottostimano gravemente l’impatto che la propria scelta avrà sul loro benessere futuro. Lo sottostimano o, semplicemente, evitano di pensarci, non gli importa. Fuori sto male, dentro sto meglio. Da un certo punto di vista è un ragionamento logico, lineare, sensato. Il trionfo del “qui e ora”. “
Cos’è l’hikikomori?L’hikikomori è un meccanismo di difesa messo in atto come reazione alle eccessive pressioni di realizzazione sociale tipiche delle moderne società individualistiche “.

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                                    Immagini da web – http://www.albedoimagination.com

La antropologa e ricercatrice a Tokio dott.sa Carla Ricci osserva, in una intervista rilasciata proprio a “Hikikomori Italia”, come anche “il ragazzo hikikomori vuole vivere, ma non sa come”; un ragazzo in un forum dedicato, ha esposto la sua storia definendosi come “Balto”e la frase a cui fa riferimento è la famosissima “Non è cane, non è lupo, sa soltanto quello che non è”.

Che cosa ci suggerisce questo fenomeno che dilaga anche nella nostra società? Che laddove le società sono più ricche, più complesse, più competitive e dove le relazioni sono più aggressive, con aspettative di alte performance, più i fragili sistemi psicologici delle fasce d’eta in formazione ne soffrono. Perchè paradossalmente sono anche giovani più protetti, ai quali si chiede molto e per questo li si segue ossessivamente, quasi fossero un bene irrinunciabile da difendere, affinchè possano soddisfare bisogni sottaciuti di rappresentazione della famiglia, del suo successo o insuccesso, del suo valore o non valore. Per questo appaiono anche come giovani più narcisisti, poco inclini al sacrificio e a tollerare la frustrazione, poco propensi a diventare presto autonomi e indipendenti. Tutti aspetti questi favorenti la resa, cioè  hikikomori. A ciò possiamo aggiungere che una società occidentale priva di forti valori sociali, di coesione e solidarietà, dove regna un aspetto più oscuro, pericoloso e violento, non è invitante.

Allora, si sceglie di  non andare fuori, non restarci, ma tornare dentro. Al sicuro. Nell’oscurità protettiva della propria camera.

Giulia La Face

http://www.liberta.it/2016/11/21/a-piacenza-cresce-il-numero-degli-hikikomori-i-ragazzi-fantasma-che-si-chiudono-in-casa/

http://agensir.it/italia/2016/01/20/gli-hikikomori-italiani-adolescenti-chiusi-in-una-stanza-in-fuga-dal-mondo/

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